• 15/04/2024

Focus sulla frutticoltura veronese

 Focus sulla frutticoltura veronese

Davide Ronca

Dalle nuove varietà ai frutteti smart, focus sul futuro della frutticoltura veronese

Nel convegno organizzato da Codive a Zevio anche i nuovi marchi della mela e ciliegia locale

Il bilancio di una stagione 2023 positiva anche grazie alla protezione delle reti anti-grandine. Le sfide del futuro tra costi delle materie prime e innovazioni tecnologiche come il frutteto smart. E poi l’importanza dei nuovi marchi della mela e ciliegia veronese, ad attestare identità e qualità di due eccellenze del territorio.

Sono i punti centrali dell’incontro «Lo stato della frutticoltura veronese e le sue prospettive», tenutosi ieri a Zevio e organizzato da Codive mettendo a confronto produttori, esperti e associazioni del settore.

In apertura hanno portato un saluto l’assessore all’agricoltura di Zevio Nicolò Fraccaro, il presidente di Confagricoltura Alberto De Togni, il vicepresidente di Coldiretti Verona Giacomo Beltrame, il consigliere regionale Alberto Bozza e l’europarlamentare Paolo Borchia.

Nel suo intervento in apertura dell’incontro, Davide Ronca, presidente di Codive, ha ricordato che «la gestione del rischio in agricoltura è fondamentale per la sopravvivenza delle aziende in quanto dà loro una certezza del reddito.

Al contempo, siamo convinti che la tutela delle imprese passi anche da nuove varietà o nuove tipologie di produzioni più resilienti rispetto ai cambiamenti climatici e ai danni da loro derivanti. Ecco perché abbiamo fortemente voluto questo convegno, con cui inauguriamo la stagione e cui seguiranno altri appuntamenti nel corso del 2024, insieme a corsi di formazione per tutti i nostri soci».

Durante l’evento, moderato dal direttore de L’Informatore Agrario Antonio Boschetti, è stata presentata l’analisi «Sostenibilità economica della frutticoltura nel nord Italia. Attualità e prospettive future», in cui Alessandro Palmieri, dottore di Ricerca in Economia e politica agraria all’Università di Bologna, è partito dagli orizzonti della frutticoltura italiana.

Dal forte incremento dei costi delle materie prime e dei trasporti al reperimento della manodopera, dalle tensioni geopolitiche che portano ad aumenti dei prezzi e conseguenze su consumi e scambi fino agli eventi climatici spesso estremi che rendono indispensabili proprio le coperture anti-grandine: di fronte a tali scenari è necessario chiedersi — secondo Palmieri — «quali varietà di piante coltivare e con quali impianti, come assicurarsi e proteggere le produzioni, su quali innovazioni tecniche puntare».

In tale contesto di sfide e interrogativi, come evidenziato dall’analisi di Palmieri, il melo (insieme all’actinidia) è un caso raro di lieve incremento delle superfici coltivate in Italia. Calano fortemente invece pesco e pero.

Mentre rimangono stabili il susino, l’albicocco e il ciliegio. Proprio la melicoltura è un esempio di settore in evoluzione poiché registra un «panorama ancora molto frammentato» fatto di «molte varietà vecchie e poco conosciute a livello globale» e di «varietà nuove sottoforma di club (le varietà gestite) che aumentano sempre di più», generando così «problemi di governance della filiera». In generale invece la crescita della domanda per piante cultivar, con frutti di alta qualità, fa sì che sia «indispensabile ottenere alte rese produttive e innovare i processi (vedi potatura meccanica e diradamento chimico) per contenere i costi necessariamente più elevati».

Introdotto il tema del frutteto smart. Una sperimentazione illustrata da Palmieri dimostra che le innovazioni del sistema irriguo IoT, dell’impianto statico di difesa e della rete KiT «generano un maggior costo di 3-6 centesimi di euro per unità di prodotto» ma anche «una crescita quantitativa e qualitativa delle produzioni che riporta i costi unitari ai livelli standard». Il tutto con un «maggiore controllo sul processo produttivo» che permette di «ridurre i livelli di rischio».

Palmieri si è anche soffermato sul successo internazionale della produzione dei piccoli frutti come mirtillo rosso, mirtillo nero, lampone, fragola (di cui l’Italia oggi è importatore netto), ribes e uva spina.

La forza di tale produzione, presente in parte anche nel Veronese, si basa tra le altre cose su «qualità organolettiche, aspetti nutrizionali/salutistici e praticità di consumo». Sebbene si tratti di «un universo difficile da esplorare», ad esempio per la variabilità di specie e le tecniche di conservazione, fattori come la «domanda di mercato in espansione» contribuiscono a far sì che «la redditività potenziale dei piccoli frutti sia buona». Ma di fronte agli «alti investimenti iniziali», vedi i costi di produzione e la logistica da ottimizzare, serve «un’elevata professionalità», come evidenziato da Palmieri.

A Zevio, l’incontro si è poi concentrato sulle produzioni veronesi di mela, ciliegia, asparago e pesca, per cui dal 2020 Ortofrutta Veneta ha intrapreso un percorso per l’ottenimento di Dop e Igp. In fatto di melicoltura, Verona è leader in Veneto con 4.422 ettari coltivati, 75,4% del totale regionale (con Zevio primatista tra i Comuni, 1.012 ettari). Idem in fatto di coltivazione della ciliegia, 1.467 ettari, il 77% del totale Veneto.

Stessa cosa per la pesca, 1.296 ettari, 83% della superficie regionale. Quanto all’asparago, Verona con i suoi 390 ettari conta il 21% del coltivato complessivo veneto.  «La stagione 2023 è stata positiva. – ha evidenziato il presidente di Ortofrutta Veneta Stefano Faedo – Le mele hanno mantenuto una buccia compatta e integra, priva di spaccature che ne avrebbero rovinato la qualità, grazie all’assenza di sbalzi termici troppo forti e repentini. Lo scorso aprile alcuni impianti di rete non erano ancora pronti per la grandinata occorsa a fine mese.

Ma in generale tutta la produzione veronese di mele destinate al consumo fresco è protetta dalle reti anti-grandine, quindi anche i fenomeni climatici particolarmente violenti non hanno minimamente intaccato la perfezione dei frutti».

Secondo Andrea Berti, direttore generale di Asnacodi Italia: «Negli ultimi anni le bizze del clima hanno comportato non poche difficoltà e danni a tutti gli operatori economici. L’agricoltore, che coltiva a cielo aperto ed è vincolato dalle caratteristiche che determina il lavorare con processi biologici, subisce tali conseguenza che compromettono rese e qualità dei prodotti. Si stima che in Italia gli eventi avversi determinino non meno di 2,6 miliardi di euro di danni nelle campagne, in un trend di crescita progressiva.

L’impatto risulta difficile da sostenere dal punto di vista finanziario e le risorse destinate seppur in aumento rispetto alla precedente programmazione, insufficienti per consentire di scaricare su terzi con prodotti assicurativi o mutualistici tali effetti.

È necessario razionalizzare la spesa pubblica e trovare soluzioni di adattamento delle imprese al cambiamento climatico. Il Masaf in collaborazione con le Regioni sta valutando un piano di adattamento che consideri un mix di soluzioni, con il necessario sostegno pubblico, efficienti ed efficaci.

Difesa attiva, multifunzionalità dei sistemi di difesa, evoluzione delle cultivar nell’ottica della resistenza, studio della vocazionalità delle colture all’habitat ed altre soluzioni che, con l’aiuto della tecnologia e dell’utilizzo dei dati, saranno le attività sulle quali puntare per vincere le complesse sfide. Non esistono soluzioni facili a problemi complessi.

Gli agricoltori ed i loro enti aggregativi sapranno come sempre nella storia hanno dimostrato di saper fare, con intelligenza, responsabilità e visione percorrere le traiettorie di futuro».

Emanuele Poli, direttore commerciale di Bcc Banca Veronese, ha precisato: «Siamo la Banca del Territorio, vicina alla comunità e al tessuto economico in cui opera. Dunque promuoviamo e sosteniamo il settore agroalimentare, non solo per la sua capacità di dare risposta ai bisogni alimentari ma anche perché rappresenta un’attività produttiva che tutela l’ambiente.

Favorire la crescita di qualità delle aziende significa partecipare allo sviluppo di un settore in cui i prodotti italiani rappresentano l’eccellenza. Per questo affianchiamo le imprese agricole con strumenti di finanziamento dedicati al loro sviluppo, accompagnandole nei loro programmi d’investimento. Per noi l’agroalimentare è un settore altamente strategico cui storicamente riserviamo circa un terzo del credito erogato».

 

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